Quando entrai nella sua bottega buia, mi colpì un forte odore di pece, un odore che avevo dimenticato e che mi riportò velocemente indietro negli anni.

“zì Totonno”, lavorava seduto su di un basso sgabello, ad un banco ormai deteriorato dall’uso, alla luce di una lampada da tavolo. Dietro aveva tutte le forme con i numeri scritti a china sulla sagoma, mentre le scarpe riparate stavano in fondo, in fila e in bella mostra, su di una vecchia e impolverata scansia, insieme ai modelli disegnati. Lavorava chino sotto la luce diretta sul tavolo, che lasciava al buio il resto della bottega; in quella penombra potevo scorgere, fotografie di familiari e scritte di conti sui calendari con il lucido da scarpe.

Parlare con “zi Totonno” è piacevole e rilassante, è un viaggio nel tempo, quando un paio di scarpe lo si teneva per anni, facendo manutenzione alle stesse, cosa oggi quasi scomparsa. 

Un’attività umile, ma imprescindibile nella società antica e capace di soddisfare le esigenze di più famiglie nonostante la sua natura spesso secondaria rispetto a quello che oggi sarebbe “un primo lavoro”. 

Antonio è un simbolo del paese, un punto di riferimento non solo per le riparazioni ma anche per trascorrere momenti della giornata. Una vita tra quelle mura del Palazzo; bottega acquistata con il lavoro e i sacrifici di 60 anni di attività dando vita a oltre 3500 paia per un totale di circa 7000 scarpe, senza considerare gli aggiusti e le riparazioni. 

Oggi maestri calzolai e ciabattini non esistono più perché, il tempo necessario per produrre o riparare un paio di scarpe, costerebbe molto di più che acquistarle nella grandi aziende. 

“zi Totonno” è una delle poche testimonianze di quel lavoro che riusciva a mantenere in vita le calzature per lungo tempo a forza di risolature, di ricuciture, e di rattoppi d’ogni genere, sempre tra sorrisi e buoni consigli.