Riassumiamo brevemente le posizioni nella diatriba della “Pizza a 15 euro” che tiene banco recentemente. Alcuni tra i più noti pizzaioli napoletani, avrebbero biasimato Flavio Briatore per il prezzo, a loro dire esorbitante (quindici euro appunto, in luogo dei piu’ congrui quattro o cinque) al quale la pizza Margherita sarebbe servita nei suoi ristoranti, accusandolo di averne tradito le origini popolari. L’imprenditore piemontese dal canto suo, avrebbe giustificato il prezzo con l’impiego di ingredienti di eccellenza e i costi di esercizio di locali “di qualità”, rivendicando il merito di creare lavoro e gettito fiscale con un prodotto di successo. Di rimando, Briatore avrebbe adombrato il sospetto che tali critiche fossero solo frutto di invidia e che pizze sfornate a prezzi più bassi non siano preparate con ingredienti di prima scelta.

Che dire. L’impressione è che la polemica sia piuttosto insincera da entrambe le parti. Da un lato, Briatore “vende” un prodotto che non è solo la pizza, ma anche il contesto in cui essa viene servita (il locale “di qualità”). Qui il prezzo non è solo destinato a coprire i costi degli ingredienti, ma anche a selezionare la classe sociale a cui si rivolge. Strategia di marketing odiosa quant’altre mai ma, senza dubbio, pienamente legittima.

Risulta però altrettanto irritante la pretesa delle organizzazioni di categoria dei pizzaioli napoletani, di dover sempre dare giudizi su qualsiasi cosa venga chiamata “Pizza”, facendosi paladini della tradizione e del “popolo” a cui il piatto apparterrebbe (per loro tramite, s’intende). Però poi, costoro furbescamente sorvolano sul fatto che sono sempre di meno le pizzerie in cui il prezzo di una Margherita si avvicini ai quattro-cinque euro. Sono invece sempre di più i locali in cui le varie pizze, la cui descrizione somiglia al bugiardino di un medicinale, non costano poi tanto di meno che al “Crazy Pizza” di Briatore.