Inventati dal cartografo londinese John Spilsbury intorno al 1760, questi puzzle erano inizialmente basati sulla geografia disegnando il soggetto su una tavola di legno e poi tagliandolo in piccoli pezzi che seguivano lo spazio di ogni paese. Nel corso degli anni, i temi degli enigmi hanno cominciato a cambiare: non più solo elementi geografici, ma anche eventi storici e quotidiani, o disegni di animali. Cambiarono anche i materiali utilizzati per la costruzione: iniziarono ad essere utilizzati legni di minor pregio, i prezzi calarono e la distribuzione aumentava. 

A partire dagli anni ’50, i puzzle in legno furono sostituiti da puzzle in cartone, ottenendo una migliore qualità di stampa e una riproduzione più fedele di dipinti famosi e magnifiche fotografie.

Le istruzioni per il romanzo di Georges Perec “Life” hanno come protagonista il miliardario britannico Percival Bartlebooth, che, dopo aver viaggiato per il mondo dipingendo acquerelli, l’artigiano Gaspard Winckler li trasforma in puzzle e trascorre il resto della sua vita a rimontare i puzzle, ogni due settimane. L’inizio del romanzo è una riflessione sull’arte del puzzle, che di per sé è una metafora del romanzo, costituito da molte storie interconnesse. La storia di Michele Mari Certi Verdini, nella serie Tu, Bloody Childhood, racconta la passione per i puzzle che il protagonista condivide con la madre: provano pezzi sempre più difficili, se non impossibili, volutamente modificati Il loro metodo di lavoro è quello di realizzare composizioni sempre più complesse e trovare compulsivamente sempre più enigmi. La passione per il gioco si avvicina sempre di più all’ossessione.

©Francesco Vaccarella