Quante volte anche dinanzi al miglior medico del mondo ci siamo sentiti poco compresi? Questo perché anche una figura come quella del medico può trovarsi in difficoltà se non comprende il paziente e non entra profondamente in contatto con la sua esperienza.

Nella fitta rete di relazioni che creiamo una parte determinante è rappresentata da fattori come la capacità di relazionarsi agli altri, l’empatia, il modo di disporsi all’ascolto e di aprirsi al dialogo.

È generalmente diffuso il pensiero che l’empatia è una predisposizione naturale, ma se non si possiede nulla impedisce di poterla ‘’allenare’’ e dal prossimo anno accademico di apprenderla fin da piccoli a scuola.

La Camera ha infatti approvato la proposta di inserire nella didattica le cosiddette ‘’life skills’’ o ‘’competenze non cognitive’’, il cui insegnamento è destinato ad una fascia di età che va dai sei ai sedici anni.

Con l’insegnamento delle life skills la scuola diventa il luogo in cui si realizza il connubio tra competenze trasversali e competenze per la vita, tra le quali possiamo annoverare l’empatia, il problem solving, la gestione delle emozioni, il pensiero critico e quello creativo.

L’introduzione di tali ‘’saperi‘’ nel metodo didattico lascia in molti grande perplessità: in questo modo non si rischia di formare un tipo standard di individuo?

Inoltre la scuola da sempre si occupa della formazione del carattere di ogni studente attraverso lo studio di varie discipline, l’apprendimento di conoscenze, letture che lasciano nell’animo di ogni individuo emozioni ed insegnamenti che vengono assimilati in modo diverso dando vita a quella che viene chiamata personalità.