Insieme alla moglie Tonia, Alessandro Donnabella conduce da ben 36 anni la gestione dell’Osteria “Il Brigante” nel centro storico di Salerno. Frequentare quell’ambiente è un’esperienza formativa: dietro la ricerca gastronomica, lontana dal patinato gourmet, vicino invece al mondo contadino e “paeselogico”, è sempre esistita una forza ideologica, legata alla libertà e al rispetto per il gusto vivo verso l’esistenza. La parola “resilienza” è molto inflazionata, ma le sue radici autentiche hanno avuto origini anche in questo luogo, arcano e pubblico nello stesso tempo, che è stato ed è questo locale piccolo, ma ampio di storia, di presente e di domani, per chi cerca ancora gli echi di racconti, confronti, gusto per le risate, misti a momenti di riflessione e passioni.

Il nostro oste passava e passa tra le panche occupate dai clienti, scrutato dagli sguardi severi e gentili di Camus o di De André, affissi alle pareti. Volti densi, risonanti, come l’altro amato autore di Sandro, Luciano Bianciardi. Oltre il loro sguardo, ci sono le presenze di briganti che sono lì, posti non come cartoline coloristiche oppure come comunicazioni volutamente provocatorie, ma solo, sempre, a ricordare che un’altra storia era possibile e che ogni interpretazione, pur giusta, deve comunque lasciare spazio alla voce sincera dei perdenti. I piatti del Brigante riflettono, con il loro gusto e sapore, l’intensa emozione dell’oste, di fronte a tutto ciò che si chiama vita autentica.

Ex studente del Liceo De Sanctis di Salerno, legatissimo alla sua città, anche se da sempre la guarda con un broncio, cordialmente ostentato sul suo volto, evita di parlarci dei tanti noti clienti che sono passati per il suo locale e preferisce parlare delle persone umili, oppure addirittura marginali alla società che, al contrario, hanno davvero arricchito il suo locale con quella opulenza che lui ama di più: l’umanità sincera. Poveri, mangiavano, alle volte senza pagare, ma ripagavano con la cortesia, il sorriso e una presenza di semplice saggezza, vale a dire, con la stessa umanità della quale è impregnato il locale con i profumi di ricette antiche, a volte rivisitate, ma sempre presentate con il gusto profondo del mondo contadino o degli osti antichi delle costiere italiane. Presso il locale, si è potuto assaggiare il prosciutto di capra valtellinese, il “Crespiello”, oppure la cioncia toscana.

Molte generazioni di salernitani, da padri a figli e ai nipoti, ormai, conoscono i piatti tipici dell’osteria, come la Sangiovannara. Si lamenta Sandro dei tempi in cui la ristorazione era più semplice e, anche, più cordiale il confronto tra i colleghi di avventura. I tempi sono cambiati, ma non cambia l’oste del Brigante, pronto a divertirsi ancora, malgrado tutto, nel farci star bene, ma anche nel farci sempre riflettere sul senso umano delle cose. “Il lavoro è sofferenza ma va comunque svolto, facciamolo in modo più libero e meno alienante”, lascia lì una profonda frase, come sempre e va, verso un altro tavolo, muovendosi agile in quella che è la sua casa, la taverna di un sognatore.