Spesso accade che qualcuno (un apprezzato opinionista o una trasmissione di successo) si prenda la briga di commentare – da profano – qualche nuovo risultato della ricerca informatica, cercando un facile seguito nell’agitare lo spettro di una società “dominata” dai computer e dagli algoritmi.  In particolare, si è diffusa l’idea che gli algoritmi siano arcani controllori dei nostri destini e strumenti di oppressione del lavoro. Ciò non ha alcun senso.

La definizione di algoritmo è molto semplice: una sequenza finita di passi elementari che descrivono il modo di trasformare un input (dati grezzi, materia prima) in un output cioè un “risultato”; Il tutto, in un arco di tempo limitato. Gli algoritmi sono la mera descrizione di un procedimento: sono il modo in cui possiamo descrivere e trasmettere ad altri, un “modo per fare le cose”. Ne troviamo ovunque, ad esempio nelle scatole della Lego e dell’Ikea: sono le istruzioni per il montaggio. Gli scolari imparano gli algoritmi per fare le quattro operazioni.

Esistono algoritmi più complicati per risolvere problemi complessi, come individuare schemi in una grande quantità di dati (altrimenti ingestibile per un uomo) e fare previsioni. Se questi dati descrivono le vite delle persone, allora i risultati ottenuti potranno essere usati per influenzare quelle vite, nel bene e nel male. Questo tuttavia non cambia la natura degli algoritmi, non conferisce ad essi un’anima o una volontà Essi restano uno strumento nelle mani di chi li utilizza.

Chi alimenta le “superstizioni” contro gli algoritmi non rende un buon servizio al suo pubblico, poiché distoglie la sua attenzione dal problema vero: chi usa gli algoritmi, per fare cosa e perché.