La nostra società da sempre caratterizzata dal diniego della morte, ha nascosto sovente l’incubo del dover morire dietro la speranza nel progresso tecnologico-scientifico, la credenza della religione, il tabù della parola come forma di esorcismo antiterrore. L’immagine veicolata dai social negli ultimi anni profumava d’immortalità. Il Covid-19 ha ridimensionato questa illusione ricordandoci che siamo corpi fragili, materia fisica che ha un limite. Secondo i dati OMS il Covid-19 ad oggi ha causato 1,2 milioni di vittime nel mondo. Ha stravolto la vita e anche la morte. Ha introdotto regole che di fatto modificano riti che da millenni accompagnavano la perdita e il lutto. Una morte definita priva di dignità. Hanno fatto il giro del mondo le immagini dei camion dell’esercito con le salme che il forno di Bergamo non poteva cremare causa numero esorbitante di decessi. Immagini che in questo due novembre non possiamo non richiamare con la memoria. Come si elabora il lutto oggi? Si necessita di un impegno collettivo perché la prova da affrontare è notevole.  Grande importanza assumono i percorsi di death education per elaborare il dolore che tocca, direttamente o indirettamente chi resta. Una singolare frontiera nella gestione del lutto nell’era digitale è il griefbot. Un doppio virtuale che sfruttando l’intelligenza artificiale, modella una personalità virtuale di coloro che smettono di essere. In pratica attraverso il materiale prodotto in vita (sms post su social , messaggi vocali) si crea una connessione un contatto interattivo che in modo tangibile e costante, mantiene aperto il dialogo con chi resta al fine di gestire il lutto. Un 2020 che riduce i tabù e le illusioni di immortalità per ritrovare la salienza della morte.