La vendemmia, un momento di significato sociale importante. Un rituale di uomini, donne e bambini che si riuniscono, si ritrovano, per condividere, e lavorare su un unico obiettivo.

Eh già, un bel bicchiere di vino, novello e frizzantino che quest’anno ha un sapore amaro, infatti rappresenta una delle più grandi crisi del settore agricolo italiano, un settore trainante dell’economia nazionale. Mai come quest’anno, la terra è stata fertile, ha prodotto al meglio i suoi frutti, ma la crisi virale ha fatto cadere a picco la vendita delle aziende vinicole. 

L’esportazione del vino, simbolo del “made in Italy” nel mondo, in questo momento si è arrestata. Il settore è in ginocchio, le aziende hanno i magazzini pieni di stoccaggi di bottiglie, e le casse drammaticamente vuote. Se non si vende il vino prefissato per l’annata, i piccoli produttori non potranno svuotare le cantine per riempirle con il “vino nuovo”. 

Cosa significa questo? Perdere un anno di lavoro, perdere manodopera e maestranza lavorativa, perdere posti di lavoro. La situazione del comparto enologico italiano è al limite del disastro, soprattutto per quei viticoltori che non rientrano nella grande distribuzione, come i supermercati.  

Per fronteggiare il problema, il Ministero dell’Agricoltura, Teresa Bellanova, ha messo a disposizione un fondo economico per le aziende vinicole affinché possano trasformare in alcol e disinfettante il vino invenduto. Attualmente, le vendite del vino sono al di sotto del 60%. La vendita dell’alta qualità è definitivamente compromessa, inoltre, ci sono qualità di vini che non possono rimanere in cantina ad invecchiare. Sovrana è la crisi economica e sociale della pandemia che, per adesso, non lascia intravedere alcun tipo di futuro tra quei filari e all’ombra dei quali, visite, passeggiate e degustazioni, davano da vivere alle nostre realtà enoturistiche.