Lo spettacolo finisce, le luci si spengono, ma gli amici, ovviamente, non se ne vanno. Rimangono e protestano. Gli amici in questione sono tutti i lavoratori del settore arte e spettacolo, di grandi e piccole realtà.

Il 24 ottobre Giuseppe Conte ha firmato il nuovo DPCM uccidendo, ancora una volta, cinema e teatri. Chi fa questo lavoro è destinato per sua natura, purtroppo, a scontare momenti di afflizione, ma questo è il momento più profondo e triste, perché va contro ogni livello di comprensione dell’utilità di certe soluzioni. In questi mesi tutti i lavoratori del settore hanno messo il loro straordinario impegno per riaprire nel pieno rispetto dei protocolli per la salvaguardia della salute, hanno riconquistato faticosamente il loro pubblico, spesso titubante e molto confuso da una comunicazione ansiogena, rassicurandolo sulla scrupolosa adozione di tutte le misure di sicurezza indispensabili e hanno riavviato l’attività di produzione degli spettacoli sospesi, investendo pertanto nuovamente per il loro riallestimento. Sono, o ancora per meglio dire sarebbero, mesi di mirato lavoro buttati al vento ed è una situazione impossibile da digerire. Secondo l’AGIS – Associazione Generale Italiana dello Spettacolo – le presenze a teatro dal 15 giugno al 10 ottobre 2020 sono state 347.262, con 2.782 spettacoli ed 1 positivo accertato, ma, nonostante i risultati, invece di riconoscere si annienta.

E’ un grave danno privare i cittadini della possibilità di sognare e di farsi trasportare oltre le mura della propria quotidianità. Il cinema ed il teatro sono luce, sono amore, sono vita, sono rivoluzione e cinema e teatri sono tra i luoghi più sicuri e necessari, perché l’anima, si sa, va curata al pari del corpo. Bisogna essere consapevoli fino in fondo dell’importanza di tutto ciò, soprattutto in momenti bui e surreali come quelli che stiamo vivendo.

Quanti colpi dovremo subire ancora?