La frequenza e l’efferatezza dei delitti contro le donne nelle ultime settimane lasciano senza fiato. Strangolate, prese a martellate, investite con la moto, pugnalate, crivellate di colpi, le donne sono vittime di una violenza che non vogliamo accettare. Ci ripugna perché ci costringe a interrogarci su qualcosa che è dentro di noi, nel profondo confine tra quello che chiamiamo l’Uomo e la bestia che l’ha preceduto e che, dopotutto, ancora lo affianca. O invece tutto ciò ha a che fare con quanto ancora è irrisolto e precario nell’animale che si fa Uomo: l’equilibrio tra l’essere e l’avere, tra il desiderare e il possedere. Questo certo non significa che siano le condizioni di degrado e di povertà, le cause dello scatenarsi di tali violenze. La violenza sulle donne, la prevaricazione di genere, non hanno una classe sociale di riferimento, semmai con la classe sociale cambiano (ma non sempre) i modi in cui si manifestano. Cosicché alla rozza brutalità possono sostituirsi angherie, vessazioni e discriminazioni, sempre più sottili, che infiggono altre ferite, meno visibili ma non meno profonde. Perché tutto questo cambi, c’è tanto da fare e c’è ancora tanto da soffrire. Affinchè tutto questo cambi è necessario che il dolore di una donna colpita a morte e riversa sull’asfalto lo sentiamo tutti.