L’Italia è colma di paesi fantasma, borghi dall’aspetto inquietante dove gli antichi abitanti sembrano ancora aggirarsi con aria spettrale tra strutture deserte e pericolanti. Uno di questi scenari è Romagnano al Monte, ultimo paese del salernitano che si affaccia sulla Basilicata. Abbandonato il 23 novembre 1980 – data del devastante terremoto che si abbatté sul Sud Italia – vide i suoi abitanti trasferirsi in un paese limitrofo a 2 km di distanza ricostruito con case di edilizia popolare. Oggi Romagnano è un paese-cantiere aperto dalla desolante malinconia, ove il tempo è rimasto cristallizzato a quella maledetta data. I lavori di ricostruzione procedono da diversi anni, a passo di bradipo, bloccati di tanto in tanto dai disaccordi tra la Soprintendenza dei Beni Archeologici ed il Comune, beneficiario di circa 7 milioni di euro di finanziamento per la conservazione e la ricostruzione del patrimonio storico. Spopolamento e abbandono, quindi, due termini che indicano fenomeni distinti. Le sue cause antiche e recenti sono molteplici, di natura sia storica (catastrofi, terremoti, alluvioni) che economica, demografica e sociale (l’emigrazione), antropologica e politica; ragioni diverse, locali e generali, che devono essere indagate caso per caso con le tante peculiarità e i diversi esiti locali. Un patrimonio ormai abbandonato – quello di Romagnano – pericolante, inagibile e finito nelle mani dei vandali. Un piccolo gioiello destinato al totale disprezzo delle autorità. Obiettivi di un rilancio destinato a rimanere esclusivamente su carta poiché non si sa, dopo 12 anni, quanto tempo ci vorrà prima che il borgo diventi nuovamente agibile.

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