In questi giorni la cronaca nazionale ci sta portando la mente su un tema difficile, illogico, inaccettabile: Il delitto di una madre che commette un figlicidio o un infanticidio.
Pensare all’uccisione di un figlio è qualcosa di incomprensibile e di cui è difficile parlare perché si va a scavare nelle paure più grandi dell’essere umano. In una società dove la maternità è rappresentata come perfezione ed evento pregno di sentimenti idealizzati tutti positivi, il figlicidio diventa qualcosa di culturalmente destabilizzante.
Eppure quell’istinto materno tanto tanto forte nell’immaginario collettivo, in realtà non è qualcosa di innato e presente in tutte le donne, anzi è socialmente determinato. La maternità, descritta come periodo ovattato, privo di sentimenti negativi, paura, disagio, difficoltà, diventa spesso qualcosa che si pone in netta contrapposizione con il vissuto reale di alcune donne, che trovano nel diventare mamma emozioni meravigliose ma anche sentimenti difficili da ammettere e sostenere che possono finire per travolgere i soggetti meno preparati o anche solo più fragili.
La dottoressa Erika Jakovcic nel suo “Dal maltrattamento al figlicidio materno. Aspetti psicodinamici e giuridici.” ricorda che “solo una parte delle madri che commettono un figlicidio soffrono di una grave malattia psichiatrica (un terzo), […] i restanti due terzi presentano dei disturbi di personalità
(antisociale, borderline, dipendente) che non permettono loro di riuscire a gestire le situazioni di vita più difficili (lutti, separazioni, stress… ), di scompensi psichici (depressione post-partum) e di alterazioni comportamentali legate all’assunzione di sostanze. […]” Si parla quindi soprattutto di donne in difficoltà travolte da un sentimento inadeguato di maternità, dalla presenza frustrante di situazioni emotive problematiche, di forme di disagio psichico, come il baby blues (Maternity Blues), la depressione post partum, la psiscosi puerperale. Tutti elementi che ci fanno capire che il problema di fondo non è meramente psicologico ma soprattutto relazionale. In una nazione come l’Italia che dovrebbe essere vicina al cittadino, il ruolo della donna all’interno della società è ancora malposizionato. Rivedere i concetti di gravidanza, maternità, aborto, assistenza e disuguaglianza di genere diventa dunque un’urgenza per prevenire questi fenomeni di difficoltà e degrado che tutti giudicano ma su cui pochi intervengono a monte.
Anche il lavoro è un punto cruciale, soprattutto al Sud, un punto che si interseca col disagio delle donne che desiderano o aspettano un bambino, che faticano a trovare un lavoro e che spesso dopo aver partorito lo perdono. Qui si parla di una «nuova questione meridionale». Una considerazione suggellata dai dati. Secondo Svimez – associazione per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno, solo una donna su tre lavora al Sud (in totale 2 milioni 283mila su 9 milioni 760mila in tutt’Italia) ma, soprattutto,la maggior parte di esse, svolge mansioni prevalentemente dequalificate.
La dottoressa Filomena Avagliano, presidente di “Resilienza di Agorà” di Cava de’ Tirreni (SA) pone come una delle soluzioni di prevenzione, il potenziamento sul territorio delle Case del Parto. Le definisce come un nuovo paradigma di affrontare gravidanza, nascita, maternità.
“La gravidanza non per forza è un momento medicalizzato. Le case del parto esistono già in tutta Italia e sono un tipo di struttura che crea intimità, dove sono presenti ostetriche, ginecologi che lavorano in sinergia con la donna dalla gravidanza fino al post parto. […] Un punto di partenza per le donne che possono ritrovarsi in un evento così particolare”
Conoscenza, Informazione, Assistenza sono ancora una volta elementi validi per creare consapevolezze che talvolta possono prevenire eventi terribili, possono salvare delle vite.

Perché quando in una società i bimbi muoiono, gli adulti hanno fallito. (c)2020 Anna Pianura.