Profumo intenso, forma allungata, polpa succosa: è il principe degli agrumi. Il limone costa d’Amalfi fu introdotto nelle colture del periodo medioevale dalla Repubblica di Amalfi, quando lo Stato aveva rapporti commerciali con i più importanti porti del Mediterraneo e con gli Arabi, ai quali proponeva il proprio prodotto, che veniva venduto principalmente per curare malattie come lo “scorbuto” (carenza di acido ascorbico). Inizialmente fu chiamato “citro”, e solo dal XIII secolo inizia ad essere denominato con una parola di origine araba, “limunzello”. L’influenza orientale ha fatto sì che la Scuola Medica Salernitana iniziasse a praticare esperienze scientifiche importati per le quali era richiesta l’introduzione dei limoni amalfitani. L’agrume presenta il più alto contenuto di acido ascorbico e un elevato numero di ghiandole oleifere nel flavedo ed è ricco di oli essenziali. È un ottimo alleato per contrastare l’anemia, in quanto la vitamina C favorisce l’assorbimento del ferro.Il limone viene coltivato nel rispetto delle tradizionali tecniche agrarie, facendo crescere le piante nei terrazzamenti tipici, chiamati “macerine”, alle quali si accede attraverso ripidi scalini a picco sul mare. La coltivazione avviene sotto impalcature di pali di castagno, di altezza variabile, i quali vengono protetti nei periodi freddi per evitare che le piante siano sottoposte alle basse temperature.Alla vera costruzione del territorio della costiera ha contribuito l’uomo attraverso la propria opera rendendo unico questo piccolo angolo di mondo e per questa unicità, nel 1997, l’Unesco l’ha riconosciuto patrimonio dell’umanità. In questo periodo di crisi globale, la riscoperta dell’agrume nei vari campi scientifici e culinari, permette alla costiera di ripartire proprio grazie ai suoi limoni millenari, ripagando l’impegno e gli sforzi profusi per coltivarli nel tempo.