La lavorazione dei pomodori: “l’oro rosso”, fattura più di tre miliardi l’anno, anche se non distribuisce equamente i suoi proventi lungo tutta la filiera. I produttori spesso raccolgono solo le briciole. I problemi sono noti da tempo e sono comuni a tutto il comparto agro-alimentare: la filiera lunga, scarsi investimenti nell’innovazione, l’intensificarsi di fenomeni metereologici che danneggiano i raccolti e il terreno.

 Chi – soprattutto in numero crescente giovani con una alta formazione – decide di investire nel settore, portandovi idee fresche e nuove tecnologie, deve affrontare un mercato dominato dalla grande distribuzione, dove una dura concorrenza spinge i prezzi al di sotto della sostenibilità delle loro aziende “sperimentali”. Non va dimenticata l’influenza fortissima delle mafie, ben presenti in tutti i livelli (incluse la raccolta, la logistica e la distribuzione), che produce gravi distorsioni nell’accesso ai mercati e alla formazione del prezzo. Così, nuovi prodotti, magari più sostenibili per l’ambiente e di migliore qualità, sono spinti fuori o sopravvivono principalmente nei mercati “di nicchia”.

Le preferenze dei consumatori sono orientate dalle politiche di marketing più che dalle caratteristiche del prodotto. Da un lato, la fanno da padroni i “volantini delle offerte” dei supermarket, che spingono la grande domanda verso i prezzi più bassi, dall’altro le campagne che vellicano le suggestioni (e le vanità) salutiste dei ceti medio alti, disposti pagare un prezzo maggiore.

Forse è nel nostro interesse cambiare modello di consumo. Dovremmo reimparare a “comprare”. Un primo passo sarebbe quello di giudicare un prodotto non solo in base al prezzo (basso o alto che sia), ma anche in base alla sua qualità, all’impatto della sua produzione sull’ambiente e sulla qualità della vita di quanti vi lavorano. Questi ultimi, anche se non sono riportati nello scontrino, sono costi che paghiamo tutti noi. ©Luigi Catuogno