25 Giugno 2024

L’idea che qualcosa possa cambiare, senza sapere se in modo irreversibile o semplicemente temporaneo, credo sia una paura piuttosto universale. È quasi controintuitivo immaginare a primo impatto un cambiamento importante come una trasformazione, una spontanea evoluzione di un contesto in un altro. Ciò che invece viene naturale, suppongo per qualche istinto umano e forse anche giovanile, è avvertire un senso di smarrimento dato dal timore della perdita di una realtà che, per abitudine o per affetto, si vorrebbe prolungare il più possibile, ma che è necessario volga al termine. Pertanto intervengono una voce interiore oppure una circostanza esterna a rimarcare la necessità di mettere in pausa una parte della propria vita, senza lasciar intendere se sia la fine definitiva di un capitolo, o si tratti di un po’ di tempo e spazio in più per esplorare qualcosa di nuovo.

Di fatto, per poco o per sempre, alcune fasi si interrompono fisiologicamente, impedendo che sopraggiungano noia o frustrazione, e che si concludano con rancore e amarezza. Questo non attenua il senso di smarrimento e iniziale confusione che il cambiamento porta con sè, ma ne rende forse l’accettazione più immediata per alcuni. E per altri assolutamente no. 

Parlando con questi ultimi, di cui saltuariamente mi ritrovo a far parte, non posso fare a meno che chiedere se la paura che alcune cose possano cambiare definitivamente non sia tanto spaventosa quanto l’idea che alcune situazioni restino le stesse, intrappolate quasi egoisticamente nella memoria e nel tempo per timore di qualsiasi cosa ci sia dopo. 

Vivendo in un contesto in cui tutto è transitorio, in cui si ha consapevolezza che tante delle cose che succedono siano di passaggio, è un discorso che mi ritrovo ad affrontare spesso con le persone che mi circondano. A prescindere dalla diversità di sentimenti che si possono provare a riguardo, ciò che credo di aver inteso dall’esperienza di tanti è che la temporaneità dei questa particolare fase della loro vita è esattamente quello che li spinge a fare esperienze senza porsi troppe domande. La consapevolezza della fine di un capitolo, per quanto paura possa fare, porta con sé una forza motrice diversa da ogni altra ansia e preoccupazione. Ha un che di profondamente liberatorio in tutta la sua incertezza.

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