13 Aprile 2024

Oggi ho avuto un’intervista di lavoro seria, di quelle che in genere fanno gli adulti. Era in un edificio grande, con degli uffici veri e macchinette del caffè di cui ci si può servire senza fare la fila. Sono stata accolta in un salotto tanto accogliente quanto anonimo, dai divani colorati e mobili troppo nuovi per poter esser stati in qualche modo vissuti. Per trenta minuti, nel mio raccontarmi in modo forse troppo sincero, mi sono sentita adulta a mia volta. Non nego che sia stato strano, ma in positivo. Una sorta di rivelazione inaspettata di una parte di me che non credevo di possedere, un misto tra professionalità e maldestra verità. Rispondevo a modo mio, ma con la schiena dritta e seduta composta.

In quel salotto mi sono sentita fortunata ad essere me, percependo al contempo un costante velo di imbarazzo che sorrisi un po’ troppo frequenti tentavano di mascherare. Mentre sorseggiavo un tè al limone, scelto tra bustine di tutti i tipi, mi sono chiesta se questa sia una prerogativa del mondo professionale, quello dei lavori seri, quello concreto. Il modo di fare della donna che avevo davanti, impegnata con disinvoltura a farmi domande secondo uno schema che ormai conosceva a memoria, mi è bastato come risposta. 

Indossavo un paio di pantaloni cargo neri e un maglione che nel suo essere troppo largo mi faceva sentire a mio agio. Forse una scelta non molto adulta per un salotto di quel tipo, ma che rifletteva esattamente il motivo per cui ero lì. Avvertivo l’esigenza di dover piacere, ma volevo farlo in un modo che fosse mio, scendendo a compromessi solo sull’avere la schiena sempre dritta e il sedermi composta. Io voglio essere adulta così.

(Foto di Gaetano De Rosa)

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