26 Febbraio 2024

Ai limiti del centro storico della cittadina, un intrico un po’ in degrado di viuzze, gomiti di vicoli e improvvisi slarghi, si incontra, sula fianco sinistro della Chiesa del Santo Sepolcro, una statua di bronzo, una delle più gradi dell’epoca antica, il Colosso di Barletta.

Non è certo chi sia il soggetto rappresentato. Forse l’imperatore romano Onorio, o forse Valentiniano, oppure Teodosio II, anche se a Barletta la stata è nota come la statua di Eraclio, chiamato Arè nel dialetto locale. Il Colosso colpisce per le sue dimensioni. Il volto severo, le sopracciglia arcuate, le labbra serrate, gli conferiscono un’aria imponente e vagamente minacciosa. Il diadema è impreziosito da un gioello che di arte gotica, un gioello in oro e smalti che ornava il diadema di Aelia Eudoxia, figlia del generale goto Bauto, e madre di Teodosio. Qualcosa nel Colosso rivela un tratto barbarico, insieme ad elementi orientali. Tra i capelli pende un orecchino, secondo la moda dei nobili bizantini, presso i quali solo i poveri lasciavano pendere l’orecchio alle orecchie. I nobili invece lo fissavo ad una ciocca dei capelli. Nessuno sa con certezza assoluta come questa gigantesca statua si trovi a Barletta. Alcuni dicono che il Colosso sia venuto dall’Oriente, da Costantinopoli, abbandonato da naviganti veneziani per alleggerire del pesante carico. Oppure, più probabilmente, che sia il reperto di uno scavo effettuato al tempo del grande Federico II a Ravenna. Fu proprio lui, il puer Apuliae, il ragazzo di Puglia, a farla trasportare nella sua amata terra meridionale, di cui si sentiva intimamente figlio. In entrambi i casi abbiamo a che fare con quel mondo bizantino con cui Barletta ha dialogato a lungo nel Medioevo. 

Il Colosso, Arè, questa singolare statua originale, guarda da secoli i barlettani dal suo piedistallo, all’aperto, sotto il libero cielo e si rifiuta ostinatamente di chiudersi tra le mura di un museo.

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