Ho sempre ritenuto che il vero compito della scuola fosse quello di “educare alla complessità”, quindi alla voglia di non fermarsi all’apparenza delle situazioni, ma di andare a fondo nella conoscenza delle stesse. In questa campagna elettorale ne abbiamo viste di tutte: dai post divisi in due, una parte buia e una luminosa, con ai piedi la scritta “scegli” (un po’ come se ti chiedessero vuoi più bene a mamma o papà?), arrivando alle devianze che vanno risolte con lo sport della fiera Italia (dichiarazione uscita davvero male). In questo caos tutto italiano ci sono gli elettori, sfiduciati dalla politica, con sempre meno voglia di votare e con una grande confusione in testa (con queste elezioni anticipate ancor di più).

Ed è qui che entrano in gioco i famosi test “Di che partito sei??”, fatti con un’accuratezza tale che nemmeno Schettino, al momento del naufragio della Concordia, voleva prendere quello scoglio. Io che ovviamente li ho provati tutti, sono arrivato alla conclusione che il più stupendo è quello in cui riesci a vedere anche il tuo faccione: un filtro tiktok. Le domande di questo sono poste in modo così netto e su temi così complessi, che, basare il proprio voto sul suo responso, significherebbe contribuire a trasformare il dibattito politico soltanto in una serie di cliché.

In barba al principio della complessità citato all’inizio, i più giovani vedono sempre più come i grandi temi del momento siano divisi in modo perfetto con l’accetta: non esiste discussione, ma solo attribuirsi una serie di patenti l’uno con l’altro. Allora, uscendo da questa logica malsana, caratterizzata da buoni e cattivi a seconda del campo d’appartenenza, voglio chiedere scusa alla mia amica, che l’altro giorno mi ha contattato per informarmi che avrebbe votato il partito omissis, semplicemente perché ne apprezzava le grafiche della pagina social (poco, ma sincero).