Esiste un’Italia dimenticata fatta dai paesini della campagna, delle zone interne e dell’Appennino. Un paese fatto di gruppi di casupole silenziose, apparentemente deserti, se non fosse che per un filo di fumo che esce da qualche camino, un vaso di fiori curato alla finestra o una tenue luce che filtra da dietro a una tenda accostata. E’ un paese che va scomparendo. Da cui i giovani vanno via presto, dove le case invecchiano con i loro abitanti. Un paese dove l’abbandono è testimoniato dai cartelli “vendesi” che sbiadiscono su porte chiuse per l’ultima volta una mattina, e che saranno sigillate dal tempo.

Questa Italia dimenticata, rappresenta più delle nostre origini. Essa, è fatta dalle tante sorgenti da cui attingiamo, anche inconsapevolmente, la nostra identità. Veniamo tutti da un camino di cui ricordiamo l’odore, da un strada deserta in cui i nostri passi hanno risuonato nel silenzio, da una campana che suona i quarti. Più che ricordi, queste sensazioni sono parte di noi, l’imprinting di un tempo a cui bene o male tutti ritorniamo. Costruiamo intere esistenze per questo ritorno.

Le sorgenti si asciugano e, in un altro punto, ne sgorgano di nuove. E’ il fiume carsico della nostra identità che le alimenta, cercando nel tempo il punto più giusto da cui ricominciare d’accapo.