Sabato primo maggio è la Festa dei Lavoratori, giornata internazionale che affonda le sue radici nelle prime lotte operaie con le quali si chiedevano migliori condizioni di lavoro.

In Italia, questo appuntamento è molto sentito e rappresenta un importante momento di riflessione. La nostra Costituzione con l’articolo 1 sancisce il principio fondamentale con il quale si dichiara che “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” e, anche la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ne riconosce l’importanza con l’ articolo 23 che stabilisce che “ogni individuo che lavora ha diritto ad una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale”.

Eppure, amara riflessione, di questo diritto oggi nessun popolo e nessun paese possono dirsi effettivamente certi. Nero, povero, sottopagato, precario, inadeguato, carente, non tutelato, non garantito, non riconosciuto, non sicuro, il lavoro, negli anni, è diventato un lusso, un privilegio, a volte un vero e proprio colpo di fortuna. Oggi, la disoccupazione ha raggiunto livelli altissimi e l’emergenza sanitaria ha solo esacerbato la crisi di un settore già di per sé fragile.

Viene spontaneo chiedersi cosa ci sia da festeggiare. Eppure, in questo periodo storico, che ha colpito duramente tutti, è necessario pensare di ricominciare proprio dalla trasformazione che il Covid ci ha imposto, rivoluzionando il modo di lavorare e di pensare al lavoro, portandoci a cercare nuove soluzioni e a cambiare punti di vista.

Come si può vivere il presente e pensare al futuro se non si prova a ripartire?